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La peste, oggi

’La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia’’.

Così inizia il trentunesimo capitolo dell’opera più celebre di Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, in cui l’autore annuncia l’inizio di una tragedia: l’arrivo della peste nel milanese. Già leggendo le prime tre righe, si notano analogie con ciò che si sta verificando oggigiorno a causa del Covid19: nel 1630, l’epidemia arrivò dall’estero, infatti, venne portata dalle truppe alemanne, e si diffuse a partire dall’Italia settentrionale, in particolare dalla Lombardia, per poi propagarsi nelle altre regioni, quando oramai era troppo tardi. All’inizio, l’entità e la gravità dell’epidemia vennero sottovalutate, la popolazione di Milano sembrava disinteressata e nessuno credette che le vittime fossero da attribuire al terribile morbo, bensì alla carestia, oppure ad un banale male di stagione, e coloro che prendevano l’epidemia seriamente venivano derisi. Ci ricorda qualcosa tutto ciò? Ebbene sì: il 27 febbraio, nonostante si sapesse che il virus in Cina aveva mietuto già molte vittime, proprio a Milano, le persone sedevano nei bar, nei locali, nei ristoranti con amici e parenti, e postavano foto sui social network con l’hashtag: #milanononsiferma. Anche tutti noi, quindi, abbiamo ampiamente sottovalutato il problema e abbiamo ignorato quelle poche persone, che, invece, avevano compreso la gravità della questione e tentavano di diffondere l’allarme. Ebbene, anche nel 1630, coloro che hanno provato ad avvertire la popolazione della catastrofe che sarebbe avvenuta di lì a poco sono stati presi poco seriamente:

’ Il protofisico Lodovico Settalla (…) che ora, in gran sospetto di questa, stava all’erta e sull’informazioni, riferì il 20 d’ottobre, nel tribunale della sanità, come, nella terra di Chiuso (l’ultima del territorio di Lecco, e confinante col bergamasco), era scoppiato indubitabilmente il contagio. Non fu per questo presa veruna risoluzione.’’

Proprio come la peste seicentesca, il coronavirus si è diffuso di regione in regione, città in città, paese in paese. Ci si è resi conto che non era una semplice influenza, una lieve febbre con qualche accenno di male alla gola, ma si trattava un virus che poteva uccidere, scagliandosi in particolar modo verso i più anziani e coloro che erano affetti da determinate patologie. L’epidemia, che sembra essere iniziata nei pressi della città cinese Wuhan, ha cominciato a spargersi a macchia d’olio, tramutandosi in una vera e propria pandemia. In Italia, l’11 marzo 2020 il premier Giuseppe Conte ha indetto una quarantena, che tra l’altro, è ancora in atto: nessuno, da quel giorno, è potuto uscire, recarsi al lavoro (a meno che non fosse strettamente necessario), frequentare bar, locali, ristoranti, discoteche, passeggiare. Si può fare la spesa, ma nelle vicinanze del proprio domicilio. Nelle strade, nei parchi, nelle piazze, nelle vie del centro: il vuoto. Ancora, si può mettere a confronto l’epidemia odierna e la peste seicentesca. Manzoni, infatti, commenta così il terribile scenario:

‘’per tutto trovarono paesi chiusi da cancelli all’entrature, altri quasi deserti’’

Pertanto, se avessimo letto I Promessi Sposi poco più di un mese fa, non avremmo mai percepito l’attualità di tali parole, mentre oggi sembrano descrivere meticolosamente ciò che stiamo attraversando. Non saremmo stati in grado di immaginare cosa significasse non poter uscire di casa, non vedere la propria famiglia e i propri amici, non poter recarsi a scuola, all’università, al lavoro, ma, soprattutto, perdere da un giorno all’altro una persona a noi cara in questo modo. Ad oggi, però, questa è la triste e dura realtà.

Tuttavia, sebbene ora sia possibile solamente intravedere la luce in fondo al tunnel, sebbene molti sforzi siano ancora necessari e, sebbene sarà difficile tornare alla vita di prima, poiché questo drammatico evento ha lasciato segni indelebili in noi, prima o poi, ci riapproprieremo del bene più prezioso che possiamo avere: la libertà.   

Melchiorre Gherardini, Piazza San Babila a Milano durante la peste del 1630 (Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia)
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Di laurapica98

Sono una studentessa di Mediazione Linguistica, presso la SSML GREGORIO VII. Di passioni ne ho tante, ma viaggiare è quella che amo di più.
''Ogni cento metri il mondo cambia'' Roberto Bolaño

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